Un po' Angelo, un po' Archibald

Logo Marco Custodero

Di Marco posso dire qualcosa perché... be', era mio fratello. Il suo secondo nome era Angelo, come il nostro nonno paterno, grande letterato dei primi del Novecento. Una curiosa coincidenza. Ho sempre pensato che Marco, ingegnere, avesse ereditato dal nonno, professore di lettere, il dono della penna, a dimostrazione del fatto che l’elica del dna a volte non trasmette solo occhi azzurri o capelli biondi, ma anche passione per la prosa. Marco e Angelo, l’ingegnere e il professore, scrivevano entrambi divinamente: il nonno saggi di letteratura, mio fratello romanzi. Entrambi, per uno strano scherzo del destino, sono stati strappati all’affetto dei loro cari quando avevano da poco compiuto 50 anni e hanno continuato a vivere nelle pagine che ci hanno lasciato. In memoria di Angelo, morto nel 1932, fu istituita una borsa di studio al liceo classico Cavour. In memoria di Marco, scomparso nel 2009, un premio letterario. Angelo e Marco non si sono mai conosciuti, ma che vite parallele le loro, a distanza di oltre un secolo! Quante strane analogie! Che mistero quella similitudine di storie! Nell’introduzione di un vecchio libricino ingiallito intitolato In memoria del professor Angelo Custodero leggo che L’Eneide, poema della Nuova Italia, “vero suo testamento spirituale", fu pubblicato postumo per volontà della moglie Egle nel 1933. Passa un secolo, cambia il millennio. E Maggie, la moglie di Marco, con la ritualità delle vedove che vogliono rendere eterno il loro sposo (o almeno il loro spirito), fa come la nonna Egle: scova in un vecchio cassetto di Casteggio un racconto inedito che Marco scrisse appena ventottenne, il signor Archibald (ovvero il lecca-lecca). E lo rende pubblico oggi su questo sito. Prima di proseguire dovete sapere che mio fratello aveva doti nascoste, quasi sovrannaturali. Insomma, era a modo suo un po’ preveggente, scorgeva cose della vita che gli altri non vedevano: ombre, incubi, poesie, stelle, emozioni, non so. Come un Nostradamus, aveva riversato in quel racconto il presagio dello sfortunato destino che lo attendeva. Forse quella visione lo spaventò, e così, quasi per esorcizzarla, la nascose in un angolo buio. In quel racconto di ventisette pagine che oggi riemerge dal passato Marco ha voluto lasciarci, postumo, il suo testamento spirituale. O meglio, ha voluto e saputo raccontarci il mondo di solitudine interiore che teneva rigorosamente nascosto. Perché Marco era questo, era uno e bino. Mostrava agli altri il lato luminoso e radioso di sé, fatto di scherzi, di battute a mitraglietta, di risate, di una vita spumeggiante come la schiuma della birra, ma nascondeva il dark side che c’era in lui, l’antro oscuro in cui non ha mai voluto far entrare nessuno. Come Dante nell’Inferno, ha lasciato traccia di quel viaggio nel profondo del suo io nelle pagine del Signor Archibald. Dopo quella discesa "lungo una scala a chiocciola, abbastanza ripida e insicura", e dopo aver intravisto ciò che non avrebbe voluto vedere, tornò indietro. Chiuse per sempre a se stesso la porta di quell’antro cupo abitato dal fantasma di un suicida reincarnatosi nel fantoccio d’un clown. Buttò via il Signor Archibald dopo averlo scritto, senza sapere che molti anni dopo ne avrebbe ricalcato le orme. Ora che sono usciti dal tempo e sono entrati nello spazio eterno, Marco e Angelo si sono incontrati. Seduti sulla cometa Rosetta come due personaggi de Il piccolo Principe, se la stanno raccontando amabilmente. Mi pare quasi di vederli. Il primo, serioso, a dottoreggiare del Manzoni, del Parini, del Rosmini, di Lorenzo Valerio e del Goffredo Mameli. Il secondo, sogghignante, con la chitarra a tracolla, a intonare Bob Dylan. E a disquisire del signor Archibald, viandante curioso, di Mrs. Smith, ricca e antipatica ereditiera, del nonno formaggivendolo di Mrs. Smith, di Thimoty, maggiordomo nero dai denti bianchi, del cane Giant, dispettoso e irriverente. E chissà se Marco si riconosceva in qualcuno di quei personaggi tra l’autobiografico e il surreale. Oppure, come spesso accade, se aveva disseminato frammenti di se stesso in ognuno di loro.
Alberto

I Racconti

INEDITO

Il signor Archibald

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1993

Nuvole di Marmo

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1991

Fiavoleide

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1987

Le Foglie

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Così lo ricordano

Emanuela Noris - Io 13 anni, lui 19. I nostri papà al liceo insieme. E anche noi allo stesso liceo e nello stesso posto in montagna. Uno dei miei primi amici grandi. Capelli crespi superannodati, un naso affilato con la goccia che colava per il freddo, occhi azzurro ghiaccio, jeans sbrindellati, giubbotto di montone grezzo stretto stretto, cappello da sci a tre punte rosso. Si vestiva così anche a sciare, con il Kway sopra, come si usava. E poi in motorino, in due sul sellino, per tornare da scuola o andare in giro al sabato pomeriggio, scappando per non prendere la multa. Un settembre, forse il ’78, abbiamo fatto un viaggio in autostop, diretti al nord Europa, grandi progetti, niente soldi, tenda zaino e fornelletto. Con un solo passaggio arriviamo in Alsazia, e ci fermiamo in un paesino. Diluviava di continuo. Il sindaco ci fa mettere la tenda nel campo sportivo, al riparo, con servizi a disposizione e un tetto per far da mangiare. Siamo invitati a un ricevimento alla Mairie, noi tutti bagnati a bere champagne e mangiare Gugelhopf. Poi Strasburgo, Friburgo, e ritorno a casa, in treno. Pochi giorni in tutto, insoliti per quell’età. Era fiero di me. Viveva per la musica, la chitarra e Bob Dylan. Tutti i menestrelli che cantavano per strada erano suoi e voleva esser come loro. In Italia non si usava ancora, troppo provinciali. La birra, altra passione, io non bevevo però, e forse era meno fiero. Voleva essere ribelle, diverso, e ci riusciva senza esagerare. Mi proteggeva e io anche, strappandolo via quando vedevo che si metteva nei casini. Ecco come mi ricordo Ombra, come lo chiamavano, la mia Ombra.

Pier Carlo Della Porta - I ricordi della mia amicizia con Marco sono molti e ,fortunatamente, tutti allegri. Perchè io così ce l'ho in mente Marco, vivace,allegro sempre pronto a cogliere o a fare una battuta. Ancora rido ripensando al primo anno di ginnasio all'Alfieri: io, studente poco interessato e spesso distratto, mi divertivo ad inventare barzellette. Marco lo sapeva ed il mio vero divertimento era il sapere che mi stava osservando,aspettando il momento in cui mi avrebbe visto cominciare a ridere da solo, e che il "fou rire" lo avrebbe travolto, ci avrebbe travolto entrambi, cosa che sistematicamente accadeva. Un altro episodio si riferisce a qualche anno dopo,a un giorno in cui Marco venne a trovarmi in bicicletta. Casa mia era piuttosto distante dalla sua,e,dopo aver trascorso il pomeriggio insieme, mi offrii di "scortarlo " fino a casa dal momento che io allora possedevo un "Ciao": in pratica Marco si doveva far trainare da me con la sua bici, tenendo la mano sinistra ancorata alla mia spalla e la destra sul suo manubrio. I primi due chilometri filarono lisci fino a che , malauguratamente, sul corso Moncalieri, lo condussi su un tombino piuttosto sporgente:avvertii il suo sbandamento e non sentii più la sua mano sulla spalla. Lo vidi deviare velocissimo per la tangente verso destra, scivolare ed infilarsi sotto un'automobile ferma ad un semaforo di una via traversa. Ricordo ancora il conducente dell'auto che si alzava sul sedile per guardare dal parabrezza per cercare di capire dove fosse finito quel missile senza controllo. Quando Marco,fortunatamente illeso , a parte qualche "sbucciatura", riemerse, aveva un'espressione imbufalita; mi cercò con lo sguardo e quando mi vide dall'altra parte della strada piegato in due dal ridere, la sua espressione cambiò istantaneamente e prorubbe in una forte risata...e continuammo a ridere,a ridere mentre cercavamo di rimettere a posto la catena della bici.Questa storia ce la raccontavamo ogni volta,e ogni volta riuscivamo a divertirci. Ricordo spesso anche i racconti entusiastici dei viaggi che faceva: era propenso a sottolineare sempre gli aspetti positivi di ciò che vedeva, e questo mi piaceva molto. Mi piaceva molto anche il suo entusiasmo per la musica, il suo esserne un conoscitore: attraverso di lui conobbi molti gruppi che mi erano sconosciuti e ancora ripenso a Marco quando li ascolto. Rimasi molto stupito nel vedere in quanto poco tempo aveva imparato a suonare la chitarra: il suo entusiasmo lo rendeva, ai miei occhi, capace di tutto. Vivace, intelligente,colto e tanto,tanto simpatico. Anni fa ci ritrovammo dopo parecchio tempo che non ci vedevamo, abitando ormai in città diverse. Questo è un ricordo particolarmente bello e "forte" per me, perchè è un ricordo "tattile", caldo: il suo forte,stretto abbraccio mentre mi diceva "Caro,caro Pier.." e rideva, come ridevo io, come se con quell'abbraccio ci stessimo riraccontando tutto ciò su cui ci eravamo divertiti insieme. Anche questo,ricapiterà...!

Marco Rossi - C’erano tutte le migliori premesse per quel mese di interrail con Carola, Diana, Marco e Paolo.C’era il viaggio, senza meta fissa, da inventarsi giorno per giorno, c’erano l’avventura, le lunghe percorrenze sui treni, la musica e il piacere di stare insieme, gli sconfinati spazi scandinavi, il senso di libertà, la voglia di vivere scampoli di beat generation e, in definitiva, l’idea di un anarchico on the road, quasi fossimo dei novelli hobos di quei libri di Kerouac che tanto avevamo amato.Ed è stato davvero un viaggio memorabile che ha soddisfatto tutte le attese e rimarrà per sempre una delle tappe più significative della mia, forse della nostra, crescita.Difficile fare la classifica ma, se da tutto ciò devo estrarre un flash, prendo la microscopica stazione di legno di Abisko, in Svezia, dove 5 ragazzi con 5 grossi zaini, dopo aver fatto un trekking nel parco nazionale, aspettano il treno per continuare il loro viaggio. Uno tira fuori la chitarra che portava sempre con se e inizia a suonare e gli altri si mettono a ballare e tutti sono belli, felici e sicuri di poter cambiare il mondo con quella forza ed energia che solo a vent’anni ci si sente addosso.Il ragazzo con la chitarra era Marco e quell’immagine non mi abbandonerà mai.

Paolo Clavarino - Luglio 1977........... Di ritorno da Capo Nord, dopo che il sottoscritto è riuscito con non poca fatica a trascinare via dal belvedere Marco quasi ipnotizzato dal sole di mezzanotte, ci facciamo lasciare dal conducente del bus alla tenue luce delle tre di mattina nel nulla più assoluto della brughiera norvegese nel bel mezzo dell'isola di Mageroya. Dopo aver montato la piccola canadese e acceso, non si sa come, un misero fuocherello, ci mettiamo a cucinare le due trote gentilmente regalateci da un bambino locale particolarmente " impressionato" dalla nostra abilita' nella pesca. Dopo l'ennesima performance di Marco alla chitarra che mi propina il solito noiosissimo blues con cui ha "allietato" le giornate anche di alcuni incolpevoli Sami, si va a dormire. Due ore dopo chiaramente Marco non è piu' in tenda. Mi sporgo fuori e lo vedo in maglione, giacca a vento, cappello e mutande rincorrere in mezzo ad una fitta nebbia un enorme branco di renne selvagge saltando come un bambino pazzo di gioia fra cespugli di erica e zolle di fradicio muschio. ...........Avrei già allora dovuto sospettare, caro amico, che rincorressi quei sogni di liberta', di anticonformismo e di vita al di fuori degli schemi che ti hanno sempre accompagnato nel corso della tua breve vita.Sempre con noi caro Custo.

Betto Ledda- Quando provo (ormai sempre più raramente) a bistrattare la mia vecchia 6 corde, il pensiero corre immancabilmente a Marco: l'unico amico che potesse sopportare, dall'alto della sua maestria autodidatta, di sentire le amate (da entrambi) battute blues scolorire, nel mio improbabile approccio ritmico, in pseudo tarantelle .......cosa che lui, con l'assoluta franchezza che gli era propria, non mancava di sottolineare, forzando amabilmente la mia pigra ritrosia e spronandomi a insistere. Marco è stato per me, e non solo in situazioni ludiche, un grande trascinatore e un vero amico: peace and love, vecchio Custo.

Il Premio

Al concorso letterario "Premio Marco Custodero" nato per ricordare e far rivivere la vera passione di Marco possono partecipare gli autori di qualsiasi nazionalità e senza limiti si età, le opere presentate dovranno essere in lingua italiana e inedite, ossia mai pubblicate con un editore.
Nel sito premiocustodero.blogspot.it potrete trovare tutte le informazioni in merito ai concorsi precedenti.

Per informazioni sul Premio, per lasciare un pensiero o un ricordo, scrivete a:

info@marcocustodero.it